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Il caso di Perugia

18 novembre 2011 2 commenti

di Marta Lamanuzzi



Il caso di Amanda Knox

Primo errore: il caso è di Meredith Kercher, una studentessa inglese barbaramente sgozzata la notte del primo Novembre 2007 per uno squallido gioco erotico a cui non ha voluto partecipare. Troppo spesso la rappresentazione mediatica dei crimini, alla disperata ricerca dell’effetto “giallo” che tenga lettori e telespettatori con il fiato sospeso, si concentra sul “cattivo”, o presunto tale, dimenticandosi del vero protagonista del reato, l’unico soggetto che, non solo nella ricostruzione processuale, ma anche, purtroppo, nell’ineluttabile realtà dei fatti, è senz’altro coinvolto nel delitto, la vittima. Si pensi al “caso Stasi”, ai Misseri (un giorno Michele, l’altro Sabrina), ad Anna Maria Franzoni. Ben pochi parlano di Chiara Poggi, della giovane Sara e del piccolo Samuele.

Secondo errore: anche a voler citare gli originari imputati (di cui oggi uno ha la veste di condannato e gli altri due sono stati assolti) perché riferirsi solo ad Amanda e non a Raffaele Sollecito o Rudy Guedè? La risposta va ricercata nel dipinto che gli Stati Uniti d’America hanno presentato al mondo del caso in questione, attraendo l’attenzione globale solo su di lei (ho potuto constatare che in Irlanda tendenzialmente si ignora la presenza di altri imputati). Inizialmente, stando alla cronaca americana, la giovane di Seattle, in quanto bella, libera ed emancipata incarnava tutti i mali che l’arretrata, quasi medievale, cittadina di Perugia, e i giurati che hanno partecipato alla decisione di primo grado, hanno voluto esorcizzare. Con il passare del tempo il mirino è stato puntato contro la sciatteria della Polizia italiana. Le prove su cui era stata fondata la sentenza che aveva condannato Amanda (perché è pressoché solo di lei che si è parlato) a 26 anni di carcere, sarebbero state contaminate, frutto di errori o conclusioni imprecise ed affrettate.

Terzo errore, collegato al primo: schierarsi dalla parte o contro Amanda. Le uniche difese che ragionevolmente si possono prendere sono quelle della giovane Meredith e della famiglia alla quale è stata strappata, ancora in attesa di giustizia.

Nel discutere di questo, come degli altri recenti casi di cronaca nera, la tendenza dilagante è quella di lasciarsi trasportare dall’emotività e dalle argomentazioni semplicistiche. È innanzitutto da tenere presente che il giudizio di appello, ossia il controllo da parte di giudici sulle sentenze emesse da altri giudici, è un diritto del cittadino, ineliminabile baluardo garantistico, a maggior ragione se si tratta di provvedimenti che incidono sulla libertà personale come le sentenze di condanna alla reclusione del giudice penale. Fatta questa precisazione molte sono le critiche che, appaiono, prima facie, condivisibili. Si è detto che l’assoluzione in secondo grado sia riconducibile alla pressione statunitense (si pensi all’assolutamente inopportuno ringraziamento da parte dell’ambasciata americana a seguito della pronuncia) e mediatica (la vicenda ha suscitato uno scalpore tale da portare alla produzione di un film su Amanda). Molti avrebbero preferito un’assoluzione per insufficienza di prove, anziché con formula piena, per non aver commesso il fatto. Ancora dubbi sulla condanna a 16 anni con rito abbreviato di Rudy Guedè, recitando il dispositivo che il giovane ivoriano ha commesso il reato in concorso con altre due persone, ad oggi del tutto ignote.

Si può tuttavia ancora sottolineare che, se è vero che, come diceva il Professor Federico Stella, cui è dedicato l’omonimo Istituto di Ricerca, “è meglio lasciar liberi cento colpevoli che imprigionare un solo innocente”, e che quindi non si può condannare se manca la convinzione “oltre ogni ragionevole dubbio” della colpevolezza, il processo penale mai può essere visto come il “luogo della vendetta”, ma sempre e solo come il luogo di accertamento di quella verità processuale, che, per quanto deludente simulacro di quella reale, sola, può rispondere agli interrogativi e alla sofferenza di chi è stato travolto dal fenomeno criminale.

Detto ciò l’ultima battuta sul caso di Meredith Kercher non può che essere ispirata alla volontà di abbandonare i troppi luoghi comuni che sono stati “sbrodolati” in merito e di calare un sipario di rispetto per i suoi famigliari su questa vicenda triste e ancora tremendamente oscura.

Illustrazione:

Pablo Picasso, L'abbraccio, 1903. Pastello, Musée de l'Orangerie - Parigi.
VIETATO RIPRODURRE SENZA AUTORIZZAZIONE TESTI, FOTOGRAFIE ED IMPOSTAZIONE GRAFICA.

2 commenti »

  • Gerundio ha scritto:

    Giustizia a marce differenziate: sedi diversamente in grado di sostenere il giudizio con la competenza effettiva rispetto alla portata del caso e agi interessi occulti (casi diplomatici, compensazioni…). Ricordiamo che il P.M. è il coordinatore delle indagini, di fatto magistrato-poliziotto. Inversione di tendenza la sentenza Thyssen Krupp di Torino: finalmente la luce, una luce vera sui troppi casi di infortunio sul lavoro. E per Viareggio? Notizie non buone…si spera nell’effetto emulazione.

  • Gerundio ha scritto:

    Psssst! Lo dico a te ma non dirlo a nessuno!!!
    Massima discrezione. C’é un sito http://www.leggioggi Maggioli Editore…
    Se vuoi approfondire il diritto internazionale conoscendo l’inglese
    individuati un tutor su Twitter e segui i suoi interventi!!!
    Mi raccomando…discrezione prima di tutto!!!!

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